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 Il tifo per la Fiorentina è una scuola di vita. L’avevo scritto in chiusura del “perdente” e lo riprendo oggi che la Viola sta perdendo meno e lo fa con un certo innegabile stile. E comunque scrivo dopo due sconfitte bruttine e ricorrenti, (Cagliari e Udine) tanto per dare la giusta ambientazione al pezzo. Fiorentina perché Gaiole in Chianti sta al di qua della linea dei castelli che separavano Firenze da Siena ai tempi in cui questo pezzo di mondo ne era davvero l’ombelico; e perché quando leggevo da bambino al Barrino i primi articoli erano quelli di ciclismo, i secondi quelli sulla Fiorentina. Della mia squadra del cuore scrissi pure a Gesù Bambino… (clicca qui)

Anche allora, a suo modo, era una perdente; magnifica ma capace di sprecare un talento enorme, con tutti quei secondi posti dopo il primo, trionfale titolo del 55/56.

Fiorentina perché, comunque, la vocazione a stare con gli sconfitti si finisce per ereditare geneticamente.

Un pochi li ho elencati nel rammentato primo pezzo del blog, ad ora mi viene solo di citare un altro dei miei idoli, d’infanzia e attuali, quel Tex Willer di cui non ho mai perso né un numero né un’avventura. Anch’esso sempre coi perdenti, lui però vincente fisso e grandioso.Immagine (8)

Ma Tex è un fumetto, un sogno, un’aspirazione; e comunque, purtroppo, non è mai esistito se non nei nostri scaffali dello stanzino del cuore.

Non posso qui stilare un altro trattato di Violitudine, chè il pezzo deve solo servire, magari, a farne rileggere altri, scritti in varie epoche, compreso quello con cui riportai a “La Nazione” senese la mia tessera e non scrissi più di Siena Calcio e del suo incredibile presidente. (clicca qui)

Ma l’esercizio spirituale alla sconfitta lo cominciai il 25 aprile del ’64, prima volta allo stadio Comunale; non che me ne ricordassi ma sono andato (e sarà l’unico caso) a rivedere gli annali perché, comunque, l’1 a 3 ed il viaggio (la Bianchina dello zi’ Gino) sono rimasti scolpiti. Era l’Inter del Sarti, Burgnich, Facchetti, quella di Moratti papà e di H.H., Helenio Herrera: vinse un po’ tutto e giocò per più di 3 anni con quella formazione che quasi ognuno della mia generazione ricorda a litania. Per inciso, pare che a quel tempo i legamenti delle ginocchia tenessero, ancora proporzionati ai muscoli che dovevano sorreggere.

Discreta quella Fiorentina, col grande Hamrin “uccellino”, Robotti e Castelletti, Seminario e Can Bartù, un Albertosi giovane, estroso portiere agli esordi.

Altri ricordi per flash? Un anno non riuscimmo a trovare più i biglietti e, ragazzino, mi issarono a braccia sulle scale di Maratona, che mio zio mi consegnò in affido a chi capitava al di sopra dei cancelli. Questo zio che veniva allo stadio era il buon Sergio, un fiorentino biondo-rosso, quieto e docile marito della zi’ Sirvia; sarebbe arrivato solo giusto in tempo per vedere il gol di Morrone, con cui si battè (che roba!) il Milan nel finale.

4/5 volte a stagione andavamo ma fu sempre rarissimo assistere a vittorie. L’anno in cui frequentai meno, forse, fu proprio quello dello scudetto, in cui avevo cominciato Liceo e adolescenza ed era divenuta dura tener fede a tutti gli impegni.

Nel ’67 mi era nato, neanche parente ma vicino di casa, un fratello minore: Massimiliano.

Suo babbo, Dino Nannoni, fabbro, era il mio grande maestro dei giochi (bocce, carte e un po’ biliardo), oltre che compagno in politica. Posso solo dire che appena fu in età, non so quante volte cercai di portarlo a vedere una partita tranquilla e vincibile, quelle da uno secco all’allora in auge Totocalcio. Quell’uno non uscì mai! O meglio, uscì una volta ma il gol (di Pagliari contro il Torino) era venuto troppo presto e stavamo ancora salendo le scale. Si beccò anche il gol non dato a Graziani con l’Ascoli, che si vide dalla Ferrovia tanto era dentro dall’altra parte, sotto la Fiesole.

E poi gli incidenti, quello con cui Martina abbattè Antognoni (e Casarin, presunto grande che pontifica ancora, non fischiò rigore neanche per una testa rotta),  quelli che ci tolsero Guerini e Roggi, l’altro a “Antonio”, la frattura con cui il sampdoriano Pellegrini cancellò la poesia ad un campionato di prima fila, l’anno di Massaro col 5. La domenica dopo andavamo in gita di paese in trasferta a Udine; perdemmo 3 a 1 e vi raccomando a posteriori anche quell’arbitraggio di Casarin.

La stagione del “Meglio secondi che ladri”, il mitico ’81/82, pari punti in testa con la Juve all’ ultima giornata, ricordo benissimo dove ascoltai Cagliari- Fiorentina, Mattei di Macerata (e Catanzaro-Juventus, Pieri di Genova): a Belcaro, da solo, attorno Siena, in attesa di andare a fare il fidanzato.

Non mi ricordo, invece, se dopo tornai immediatamente a casa senza consumare.

C’eravamo quando Brizi (!) segnò con l’Inter all’ultimo tuffo, un pareggino benevolo, e rimanemmo a galla per differenza-reti; e quando, col Genoa, ci salvò solo Scanziani con un gol segnato a 400 km di distanza, a 7’ dalla fine del campionato.

E una volta don Carpi, il prete di Bossi, mio insegnante al Liceo di Lettere, Storia e Filosofia, lo andammo a trovare per una domenica pomeriggio; grande tifoso, mentre diceva le funzioni mi lasciò fuori alla radio per avere notizie da Vicenza, un’altra vittoria striminzita che ci salvò in corner.

Potrei chiudere, ma sarebbe solo un primo capitolo, con la trasferta ad Oporto; Coppa Uefa, partimmo in 4 “Uragani” subito dopo aver suonato (a Radda), con la Ritmo di Gegè il batterista. 1986, Fiorentina di Bersellini, vinto all’andata per 1 a 0 con gol di Pin Celeste. L’avventura fu Immagine (5)strepitosa, quei viaggi allora lo diventavano un po’ tutti, anche per Follonica; figurarsene uno diImmagine (6) oltre 5 mila km. Il Portogallo del Nord era ancora un memorabile tuffo nel passato, i sidecar alla George e Mildred ed il grano battuto col correggiato, una miriade di zoppi e lustrascarpe, ex coloniali come i tram, ed i giocatori del Boavista che arrivarono allo stadio a piedi, con le scarpe in una busta di nylon. Ovviamente fummo eliminati; uno a zero e fuori ai rigori. Sbagliò anche il vecchio Aldo Maldera,  inserito 3’ prima apposta per battere il suo fragorosamente sul palo. Eravamo noi quattro soli in tutta una curva zeppa di portoghesi benevoli, con una mini-bandiera, giglio alabardato dei Pontello. Memorabile un caffè servito dall’ometto dei semi con la stagna sulla schiena e pompa stile ramato. In compenso qualcuno ci accompagnò a locali notturni per ottenere un cambio di sciarpa.

Ma troppe di queste storie in viola potrei raccontare; mi è capitato di vedere i nostri prenderne 4 a Piacenza e Venezia, di assistere alla prima in C2, Arezzo campo neutro, contro la Sangiovannese alla fine dell’epopea Cecchi Gori, pareggio trafelato nel finale.

Ma ho visto correre Antognoni, “un galeone fra le barbotte di Po” come scrisse Brera, e lui ce l’avevamo solo noi; piansi, insieme a mio “fratello” Massimiliano, quando rientrò col Bari e non ho mai perdonato Agroppi per certa lesa maestà. Poi ho visto segnare Batistuta alla Juve e al Camp Nou, Pusceddu opposto a Figo: quasi normale che l’arbitro ci fischiasse la fine con Robbiati in fuga solitaria verso la vittoria.

E’ successo che una volta i Nostri, i pellirosse, batterono Custer all’andata ma al ritorno fu una disfatta; di normale, gli indiani hanno vinto solo con Tex Willer al fianco, in una perenne, bellissima, romantica fantasia, la stessa di “Sangue Navajo” e “Guerriglia”.

E poi? Troppo lunga sarebbe. Siamo stati quelli che a Cesena si vinceva 3 a 0 a 10’ dalla fine, quando spensi contento il transistor fantozziano che mi ero portato ad un matrimonio; ci dovetti credere, che eravamo riusciti a pareggiarla, solo in tv, a 90° Minuto. Quasi più grave di quella rimonta bianconera che santificò Del Piero; lì, come si suol dire, ce la sentivamo sdrucciolare.

E poi quando ci mandarono in B con una delle più belle squadre mai viste a Firenze; e quando non ci dettero un rigore per non so quante domeniche con l’attacco più forte del mondo: perché Rui Costa ed Edmundo danzavano sul pallone, Oliveira cascava troppo e Batistuta non cascava mai. Cascò solo, e si ruppe, quando poteva andarsene a segnare alla fine col Milan ed eravamo primi; senza rigori ma primi. Ci aspettava ancora Udine e Edmundo partì per il Carnevale. Non so se Eduardo Galeano scriverà mai del Carnevale di Edmundo e della Viola, robe da romanzo sudamericano.

Mica sarà vero che quando il gioco è truccato quelli giusti sono i perdenti? Che è un po’ come dire “Meglio secondi che ladri”. Ancora cito Stefano Cecchi, che al proposito scrisse: “Una frase così dovrebbero insegnarla nelle scuole”.