Immagine (28)Gli ho voluto bene, tanto. E sento anche di esserne stato ricambiato. Scrivo subito, stamani, dopo che ieri sera è arrivata una notizia ormai attesa: Alfredo Martini se n’è andato.

Alfredo era stanco; dalle morti di Franco Ballerini e di sua moglie Elda ogni mese che passava sembrava caricargli un anno e lui conservava solo quella enorme, incredibile, capacità di testa di essere sempre presente a sé stesso ed agli altri, in ogni situazione; qualunque fosse il contesto dove era chiamato a parlare trovava le parole adatte per qualsiasi livello degli uditori del momento. Sapeva stare con tutti e da ognuno era almeno stimato; di certo distingueva le persone perbene e trovava il modo di dimostrare che lui aveva capito come stavano le cose, che il grano dal loglio lo separava, nel caso, in privato.

Voglio immodestamente omaggiarlo così, raccontando qualcosa che ho avuto il privilegio di vivere con lui.

Da grande, normale, appassionato di ciclismo ho solo tre flash che mi riportano a Martini: i mondiali del ’93 a Oslo, mio figlio faceva 10 anni e per la prima vacanza lunga con babbo lo portai a vedere ciclismo, fiordi e i tanti porcini che in quel fine agosto nordico spuntavano un po’ ovunque, anche nei divisori delle autostrade. Avevamo conosciuto alcuni sostenitori di Ghirotto e tramite loro si ebbe accesso all’albergo degli Azzurri. Ci accolse Alfredo, con la cortesia con cui un padre di famiglia avrebbe offerto un bicchierino di vinsanto. E fece festa a mio figlio, sperando in una sua passione duratura.

Dei Mondiali di Lugano del ’96 ricordo una immagine che prima o poi ritroverò in una foto che scattai; appena partita la corsa si cominciò, come usava, ad incamminarci lungo il percorso, per vedere gente e mondo. Ad un certo punto, in una zona anonima, con poco pubblico, all’altro bordo-strada era ferma l’ammiraglia azzurra, una macchina che sembrava residuo della Cuba di Batista. Alfredo stava appoggiato sul parafango, col piede sulla ruota, e leggeva “L’Unità”, come ogni compagno aveva fatto per decenni la domenica mattina. Abbiamo perso l’usanza, l’appartenenza e “L’Unità”.

Quell’anno andò forte Bugno, che avevo visto vincere a Stoccarda e Benidorm. Alfredo era convinto che se fosse stato meno modesto quel mondiale poteva rivincerlo.

Invece arrivarono soli Musseuw e Gianetti; vinse il belga ma non mi convinsero entrambi. E la tradizione dell’esserci, ai Mondiali di Ciclismo, per me finì lì. Son tornato ma non è più stato lo stesso, religioso, rito di appartenenza.

La terza è un’immagine televisiva, una delle tante, che conservo: quando corse dietro a Franco Chioccioli, in una delle fughe per la vittoria di quel suo strepitoso Giro ’91. Chioccioli era il figlio di una certa Italia Minore, che scrivo con la maiuscola, non aveva quarti di nobiltà in nessuno dei suoi tratti, nemmeno nella cercata somiglianza con Coppi; quella corsa di Alfredo ad accompagnarne 10 metri di pedalate era il tributo al suo magnifico sacrificio plebeo.

Ma è del Martini privato che voglio scrivere; perché resti, perché così intendo l’omaggio ad un grande uomo.

Avevo cominciato a proporre ciclismo col progetto di un Parco per la bici nel Chianti; ne derivò la   Gran Fondo a nome Gino Bartali ed Alfredo venne a Gaiole, tra i tanti grandi nomi di quell’epoca d’oro che ancora sopravvivevano alle loro leggende: i vari Corrieri, Soldani, Seghezzi, Rossello, Baroni, Bui, Malabrocca tanto per citarne alcuni e tralasciando i moltissimi altri appena più giovani.

Mi invitò a casa sua, a parlare di ciclismo e di mondo.

Mi ricordo almeno un paio di mattinate fantastiche, una con amici di paese, in cui mettevo in campo la mia bella memoria di storia ciclistica, che al confronto con la sua diventava povera cosa. Ma ci prendevamo; era del 21, stava a millesimo tra mio padre e mia madre, fatto della loro stessa creta. Di mio padre rivedevo una certa innata eleganza, anche nella calligrafia, cosa rara vista l’estrazione modesta del nostro ceto.

Ripassavo la mia storia e la confrontavo con la Fonte: il Baronchelli incollato a Hinault, il corsaro Raas su Battaglin, il serpente e l’iride del Venezuela, la beffa di Knetteman a Moser , le mani alte della volata di Saronni a Praga, i giochi di gruppo, la fucilata di Goodwood, i trionfi dell’impagabile Bugno. E poi la Cuneo-Pinerolo, la fuga della leggenda di Fausto cominciata sulla Maddalena, quando lui (foratura) e Bartali (noie meccaniche al cambio, inconfessabili perché le bici si era messo a produrle lui) erano attardati dal gruppo, il Giro del ’47, quando lui e Magni non aiutarono Bartali: “toh, tu avea a parlare”, come a dire che Gino, noto parsimonioso, non fece offerte ai Wilier per andare a prendere Coppi, che gli avrebbe tolto di dosso la Rosa.

E la visita, nella rimessa dietro il piccolo giardino, alle sue bici, tra le altre la Masi, donata e dorata, prestata a Pastonesi per un’Eroica. E poi la gioia per un nipote diventato appassionato della mia creatura d’epoca, e l’entusiasmo per un vino di certi miei cugini gaiolesi.

Una volta che eravamo soli, e che mi sapeva uomo di vecchia sinistra, di quando ancora la brava gente credeva nella politica, alla fine di una di queste mattinate in cui s’era parlato di tanto ciclismo, mi domandò:

“Ma te che tu sei laureato, sei bravo, intelligente e ti intendi di politica, mi dici com’ha potuto la Russia fare quella fine?”.

Era la domanda di tutti i miei vecchi, che mi avrebbe fatto mio babbo se ci fosse stato ancora, che mia mamma mi continuò a porre sempre perché comunque non sarei mai riuscito a convincerla: semplicemente, l’argomento in sé non poteva avere una spiegazione per quella generazione.

A casa di Alfredo son tornato in diverse occasioni; una volta mi disse di aspettare, chè sarebbe arrivato Franco. E Ballerini arrivò, il figlio maschio che non aveva, al di là dell’adorazione che portava a Silvia e Milvia. Anche lui era un amico. Mi aveva dato una grossa mano a far digerire l’idea folle del “Giro Bio” e proprio il giorno avanti del suo tragico schianto eravamo assieme a Salsomaggiore, accanto di sedia, al Convegno sulle risultanze medico-scientifiche della prima edizione.

A casa di Alfredo, quella volta con Paolo Alberati, si venne a capo (solo tra noi, ovviamente) anche del famoso passaggio di borraccia: la verità stava nell’immagine, sul computer di Paolo, e Martini la vedeva chiara. “Vedi, Gino ha le borracce sia al manubrio che al telaio, Fausto non ne ha e ne tiene una vuota con due dita nella mano sinistra. E’ chiaro che è Bartali che la sta passando a Coppi, rimasto senza. Ma che vuol dire, sai quanti scambi d’acqua si saranno fatti al Tour, con tutte le volte che eran davanti da soli.” Alfredo sapeva bene che certe leggende è meglio se restano tali: alimentano il mito.

Poi vennero i miei problemi col “Giro Bio” e la sua parabola; un certo mondo ufficiale guardò con sempre maggiore sospetto all’esperienza e poi la lasciò, la aiutò a, soffocare. Ballerini non c’era più, arrivò (anche causa mia) il Mondiale di Firenze e posso dire con certezza che uno dei crucci di Alfredo era che, boh, non lo chiamavano mai. Di certo, in pubblico, anche Martini ne parlò meno, di Brocci e di Giro Bio: era un uomo delle Istituzioni, ormai aveva un ruolo al di sopra del bene e del male, intuiva la scomodità dell’argomento.

Per questo, ogni tanto, mi chiamava in privato, per farmi comunque sentire la sua vicinanza: “Icchè tu ha’ fatto te per i’ cicrismo…” era la sua personale medaglia per il Brocci. Mi invitò a pranzo in famiglia (un riguardo che non dimenticherò mai) quando già ero un innominabile per alcuni; ovviamente mi facevo punto d’onore non intristirlo coi problemi che mi si accumulavano, dei soldi, degli aiuti promessi che mi facevano mancare. Venne a trovarmi col bravo Franco Vita, di cui mi rincuorava quella stima personale che voleva sempre espormi, anche per conto terzi.

Lo verificherò con Vita ma credo che Alfredo abbia guidato la macchina per l’ultima volta con me a bordo: si era a fare il giro da Vertine, con la Skoda FCI, sopralluogo dell’ultima tappa del Giro Bio 2009. All’inizio della discesa dello Smorto lo fece fermare e gli chiese di guidare per quelle curve verso Gaiole in Chianti. Fu emozionante in tutti i sensi, si vedeva e si viveva che non era più un suo esercizio. Ma resta un momento impagabile.

Come quando, a 88 anni suonati e con uno dei caldi più pesi, me lo vidi arrivare a piedi, giacca e cravatta, scarpe lucide bellissime come da nota classe nel vestire, in sede Regione, Piazza Duomo a Firenze. Gli chiesi chi l’aveva accompagnato; mi rispose: “Son venuto da solo in treno, dalla Stazione son due passi. L’ho fatto per te”. E poi mi volle portare a trattoria dove, al solito, mangiò quasi niente.

Una volta, a presentare l’allora Memorial Cimurri, intervenne via telefono l’ex premier Prodi, appena tradito e deposto, a salutarlo; lui, da maestro di teatro, ebbe gioco facile a rammentargli che ogni campione era tale se c’era una buona squadra dietro. Quella di Prodi era piena di pessimi gregari ed ancor peggiori seconde punte!

Fece in tempo a chiedermi di questo ragazzo, Matteo Renzi, che io avevo già promosso a unica, grande speranza per un Paese all’ultima spiaggia. Vidi che la “sentiva” come me.

Potrei seguitare un altro bel po’ ma mica voglio commuovermi. Chiudo col rammentare due occasioni magnifiche che lui mi ha fatto vivere, alla sua Biblioteca di Sesto. In entrambe c’era Marco Pastonesi, non uno a caso. La prima volta, quando arrivai con un certo ritardo, si interruppe e volle presentarmi al solito folto uditorio per ciò che avevo proposto di nuovo e bello nel ciclismo, “Cicrismo e biciretta”, come le pronunciava lui, alla sestese, quando si sentiva a casa: era lo sport del futuro ma avrebbe dovuto saper guardare sia al suo grande passato che ai suoi errori.

La seconda volta, ora e poco, era cascato in bagno, una maschera di sangue rappreso in viso, ma non aveva voluto mancare né di presentare un libro né di onorare la sala piena.

Tante sue frasi ho adoprato in vari momenti, perché lui ha dispensato saggezza e sapere. Una mi rimase particolarmente impressa in quella occasione: il racconto di quando andò a presentarsi dal futuro suocero per chiedere la mano di Elda. Gli fu risposto: “Fai le cose perbene con questa citta, noi le diamo in dote solo la dignità e l’onestà”.

E lui Elda l’adorava, non mancava mai di portarti di sopra a salutarla anche quando da anni non era più che un corpo inerte su un letto, un venerato vegetale. E la baciava sempre prima di riscendere.

Alfredo, sei stato un dio tra tanti sacerdoti senza vocazione, un confucio tra i mandarini degli oboli; sei stato al ciclismo come la tua amica Hack alle stelle.

Ti hanno definito l’ultimo degli eroici. Lo considero un onore anche per il nome che ho dato alla mia creatura. Sei stato babbo di tanti, grande Alfredo, me compreso; continuo a sperare che tanti fra quei tanti imparino le tue lezioni, di vita prima che di ciclismo.

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