Ripercorrere gli appunti, le foto, i documenti raccolti in questa bella idea di libro su un venerabile
Centenario è rendersi conto di quant’acqua è passata sotto i’ Ponte di’ Chini. C’è tutto il concetto di “a memoria d’uomo”, almeno 4 generazioni che raccontano di loro e di un Gaiole in Chianti che è passato, spesso suo malgrado, da millenni di ruralità sempre uguale a sé stessa prima a piccolo centro sottosviluppato, “zona depressa” negli anni del boom economico, e poi a perla del post-industriale, il “Comune più vivibile del mondo” secondo gli americani di “Forbes”.

Sta tutto lì dentro, questo cambiamento di era, il passaggio da un’età della pietra (il nostro proverbiale sasso) a quella del Chiantishire, il salotto di lusso del Terzo Millennio. Prima della seconda guerra mondiale, appena due generazioni fa, intere famiglie compresa la mia andavano “in bagno” (“scendevano in campo”, avrebbe sintetizzato Benigni) sotto i muretti a secco del primo tramito vicino casa; oggi tanti porcili son diventati SPA per clienti di lusso, letti e bidet per costosi didietro. Tutto ciò che non era mai cambiato, tutto quello che faceva sempre cominciare un ricordo a mia mamma con la premessa “Aeino (avevano) una miseria!” è evaporato in un amen, un colpo di bacchetta magica della Storia.

Nel libro sta il ralenty di questo sventolio del fazzoletto con cui un prestigiatore ha fatto sparire ciò che c’era sotto; va da sé che in molti non hanno ancora capito se quello che è apparso sia la terra promessa, l’età luccicante dell’oro dell’umanità redenta: quanto a luccicare luccica.

La Chiantigiana nacque assieme a Gino Bartali, nel 1914, pienamente figlia di quei tempi. Faceva calcio rudimentale, organizzava ciclismo perché quello era lo sport del riscatto dei poveri. La bici diventava il mezzo di emancipazione dal ghetto per cui mondo era solo quello dove si poteva arrivare a piedi. In bici si andava al mercato e a ballare, a conoscere altra gente, si poteva sperare di diventare dei grandi di uno sport povero ed eroico per definizione. Il Dragoni, la Coppa Do.Ra.S. (Dominati, Rabizzi e Sderci, l’alta borghesia paesana che si era messa a fare vermouth), Santi “di Braciola” Pellizzoni fino a Emilio Vannetti, il “Gamba”, (ma anche alla successiva Pa.Ce.Ma) sono stati gli antesignani del ciclismo in paese, comprese le discussioni interminabili che nei miei ricordi di bambino coinvolgevano la bottega di barbiere di Bruno “di Sofia”, padre di tutti i Fabiani del calcio gaiolese, ed il Barrino; di fronte stava il pionieristico distributore di benzina di “Bollino”, che passò ai miei. Su Bartali e Coppi si scannavano verbalmente ancora, il duello sportivo del secolo continuava in quel triangolo di 50 metri, un ponte, tanta passione ed un’infinita voglia di scherzare e stare assieme. L’idea de L’Eroica la devo a loro, alle letture dei giornali del Barrino e a quei tempi memorabili; e quando abbiamo pensato una maglia in lana che riproponesse quel ciclismo d’epoca non potevamo che ricorrere all’amaranto della Chiantigiana. Scusateci, ma noi che abbiamo vissuto un frammento di quei tempi eravamo già diventati sentimentali qualche tempo fa. Poi, da nonni, ci siamo aggravati.

Giancarlo Brocci