C’è una generazione gaiolese, ormai sparuta, che si ricorda ancora di quando il campo sportivo era piccolo, a ridosso del muro e, soprattutto, rosso galestro, con scaglie che consigliavano ngrandemente equilibrio e parsimonia nei contrasti. O forse era un color vinaccia, un granata, un amaranto e magari proprio da lì cento anni or sono qualcuno aveva preso lo spunto per i colori sociali.

Era un campo inavvicinabile per noi ragazzini, chiavi e pallone stavano da Giuliano Centri, difficile pensare ad un custode più inespugnabile di lui. Poi arrivò il ’64/’65, il rilancio alla grande del calcio paesano, e la Chiantigiana ripartì dopo anni in sonno. Che roba per noi, che il pallone lo disputavamo talora per strada, a rischio sequestro del buon Fosco, vigile di cuore che poi ce lo rendeva, o alla chiesa, tra albero, giochi di sponda, rinterzi, rinquarti e recuperi nel borro.

E così si cominciarono a contare i giorni della settimana, in attesa della domenica e delle partite. Alla radio la Stock di Trieste presentava “Tutto il Calcio minuto per minuto” quando già i primi tempi si erano giocati e non esisteva nessun modo di aggirare la suspence di un annuncio che poteva cambiarci l’umore di una settimana; a questa attesa, questo perenne Sabato del Villaggio delle emozioni, si andava ad aggiungere la partita della Chiantigiana, che si era fatta desiderare per anni ma ripagò tutti. Finì che vincemmo sempre, in una Terza Categoria che valeva una coppa europea; solo quando eravamo già promossi ci concedemmo un paio di pause.

In casa era un tripudio, tra l’altro dominavamo, per le trasferte anche noi poco più che bambini si passava la settimana ad assicurarsi un posticino, magari il quinto in una 500. Non ne persi una, ed erano avventure anche quando si arrivava, perché la capolista era attesa ogni volta a piè fermo. Si ritornò sempre col giro d’onore del paese a clacson spiegati; gaiolesi avevamo i Fabiani I, II e III, il Rabizzi centravanti che non aveva tocco ma scatto da centometrista. Poi “Ardero”, gambe ad O ed un indimenticabile gol a Montepulciano, il Maestrini ed il Tassi, che era di Radda e quindi oriundo.

A proposito, ma quanti campi di allora erano appoggiati a fortezze, a “mura amiche”? E dall’anno dopo si cominciò a poter giocare anche noi ragazzini; la Chiantigiana si prese il Pintossi, un mito da San Giovanni Valdarno che (leggenda narrava…) aveva giocato nella Fiorentina! Veniva ad insegnarci calcio, i fondamentali e l’educazione perché questo era l’uomo, un signore antico.

I giorni di allenamento non erano fissi, aveva una specie di Mosquito e non davano garanzie di particolare perizia né lui né il motorino; si andava ad aspettarlo in cima al paese e quando si intravedeva passare alla Querce Gobba era sempre come quando ricevetti (già grandino) il primo regalo di Natale.

Verrebbe da dirsi come cavolo, tra business, televisioni, politici di quarta fila, procuratori e medicastri, siamo riusciti a permettere che il calcio (e tutto lo sport più popolare) perdesse ogni poesia. Se c’è un motivo per cui posso essere contento di esser nato presto è l’aver vissuto quel periodo là, quando ogni sogno era ancora possibile, così come l’incanto delle passioni.

Giancarlo Brocci