Siamo stati anche noi in bici nella Valle della Morte. Non è un primato e, se prenderete per buono il senso di questo racconto, non saremo neanche gli ultimi. Di sicuro, la cosa si può fare, visto che il quartetto qui protagonista non era composto da chissà quali pedalatori di razza bensì da turisti veraci, con passione ciclistica ma senza curriculum e ciclopico allenamento.

Il più rodato, figurarsi, il sottoscritto, perenne occupatore delle ultime pagine dell’ “Io c’ero”, quasi sempre a precedere di poco l’ambulanza nell’iperveloce Toscana.
Con me tre milanesi: Vincenzo Viganò e Roberto Di Nanno, dipendenti di compagnie aeree, Stefano Tasso, tassista maritato con dipendente di compagnia aerea.
Questo per dire che trovare buone soluzioni e condizioni di volo non è stato un problema; il che, ovviamente, giova sempre al successo del viaggio.

Con Vincenzo ci eravamo conosciuti alla partenza della Trondheim-Oslo, inseriti nel solito gruppo di matti che avrebbero coperto i 540 km della ciclomaratona norvegese entro un giorno e mezzo.
L’anno scorso assieme, e già lo raccontammo su queste pagine, fu Sud Africa, una memorabile partecipazione alla “Cape Argus” di Cape Town, formichine in mezzo ad altre 36 mila a circumpedalare, sospesi fra due Oceani, i dintorni del Capo di Buona Speranza.
Anche Roberto e Stefano, in passato, si erano fatti questa esperienza, così come, a turno ma sempre col buon Vincenzo, i due potevano raccontare di una Seattle-Portland e di un Giro del Colorado a tappe.
Gente scafata, insomma, grande padronanza dell’inglese (loro) e del mondo anche senza i tre anni di militare a Cuneo.

Siamo partiti in tre da Linate all’alba del 15 maggio, appena saputo che eravamo diventati berlusconiani; il “Dino” ci avrebbe raggiunti a Las Vegas arrivando da Los Angeles via Parigi, per scelte legate alle interconnessioni della compagnia in cui lavora.
Noi, invece, andavamo a Washington previa scalo a Copenaghen, per poi puntare a Las Vegas con volo interno. Il tutto con largo uso di soluzioni “last minute” e di tariffari speciali, aleatori il giusto.
Ha funzionato ogni cosa, salvo che “Dino” Roberto si è arreso a pagar pedaggio di un giorno, non trovando posto nel primo aereo utile da Parigi.

L’impatto con gli States? Tutto come mi aspettavo, moltiplicato almeno per due. Per me era una prima volta, ormai invecchiato antiyankee, guevariano e terzomondista, reduce dai mesi invernali passati nelle favele di San Paolo o in giro, con un malandato maggiolino classe ’77, fra gli indios di Pantanal e Chaco Boreal, fra Mato Grosso e Paraguay.
Las Vegas? Il festival del pacchiano in mezzo al deserto, con l’indiscutibile fascino connesso alla mastodonticità, all’orrido e al “tutto permesso”, compresa la lista delle donnine all’angolo di ogni strada, del repubblicano Nevada.
Il nostro hotel, l’Excalibur, era la riproposizione in chiave Gardaland di un castello medievale; non tra i più grandi, visto che superava di poco le 4000 camere, e che i vari Luxor, Bellagio, Caesar, Venetian (riproduzione di San Marco, musica Funiculì funiculà ?!), MGM ecc., si contendono primati da Guinness attorno a quota 5000. Le attrattive? La ricostruzione di ambienti storici, con un dispendio di cattivo gusto almeno pari ai capitali investiti, e il gioco d’azzardo in tutte le sue forme, con un immenso piano-terra di ogni albergone pieno zeppo di slot-machines, di tavoli verdi e di un incredibile numero di ricchissimi obesi (fumatori).
Ma non può certo questo articolo buttarla in sociogeografia. Semmai, vi rimanderemmo volentieri
ad uno dei tanti libri che questa America raccontano fedelmente, ad una fantastica “America perduta” di Bill Bryson, Travellers Feltrinelli, che là ci sarà possibile toccare con mano ad ogni tappa, in qualsiasi ambiente rigorosamente a stelle e strisce.

Dopo due giorni di difficile acclimatamento ai 40 gradi di Las Vegas, con visita in bici (lentissima) al centro città, ci muoviamo in direzione della Death Valley, del confine californiano; ci spostiamo con un furgoncino noleggiato alla Alamo, un bell’ 8 posti che, tolto l’ultimo sedile, contiene senza sforzo bagagli e borsoni portabici.
Abbiamo prenotato a Furnace Creek, un’oasi artificiale in mezzo a questa magnifica depressione desertica che offre coreografie da sogno.
Dopo la sosta obbligata a Zabriskie Point, omaggio ad Antonioni ed a quelle mega “Crete senesi”, arriviamo al Furnace Creeck Ranch: meno 192 piedi recita il cartello, che fanno oltre 60 metri sotto il livello del mare.
Fornace, ovviamente, non solo di nome, con l’acqua della piscina che sembra Saturnia, che ti refrigera solo quando esci e ti metti all’ombra.
Il posto è ameno, c’è uno store con artigianato indiano, turistico quanto si vuole ma carino; la storia del luogo, narrata per immagini ed in un piccolo museo, racconta di un insediamento di minatori e di un mitico convoglio di venti mule, di cui restano testimonianze in diversi carri ed arnesi. Ma l’oro doveva esser poco ed il boro non bastò a giustificare l’immane battaglia contro sete e calura.
Oggi, invece, l’oasi prospera, unico attracco per visitatori più o meno organizzati (tante moto Easy Rider) della Valle.

Il giorno dopo, e nel primo pomeriggio, sfidiamo gli elementi uscendo per una sgambata in bici.
Perché, ancora non l’ho detto mai, sabato 19 e domenica 20 siamo iscritti via Internet alla 28^ edizione della “Death Valley – Mont Whitney”, Classic Bike Race Challenge, come titola il depliant illustrativo.
Dei 50 km circa preventivati, tra foto, fermate paesaggistiche, caldo e vento contro, ne percorriamo appena 30, solissimi tra sassi lunari, cespugli rotolanti, nuvole di sabbia, strie salate tremolanti sullo sfondo.
Qualche rara macchina che ci incrocia si sente in dovere di salutare, alcuni accennano a complimenti; sembra un omaggio alla sacralità della pazzia, tipicamente pellirosse.
Quando torniamo decido, con Vincenzo, di allungare un po’ l’allenamento; fortuna vorrà che imbiffiamo una stradina, un nastrino d’asfalto non lontano dal nostro albergo, con l’indicazione “Indian Village Shoshone”.
E’ l’incontro, emozionante e fugace, con i resti dei primari dominatori della Valle, ridotti al ruolo di custodi di sterpaglie, inscatolati dentro generici prefabbricati con antenna parabolica connessa. Lavorano stoffe, preparano acchiappasogni e salse di tabasco per lo store; ci offrono da bere, ci accolgono senza nessuna affettazione turistica, senza niente da venderci. Torniamo via timidamente, felici dell’epidermica impressione di un’antica dignità non smarrita.

E’ già tempo di andare a ritirare le nostre iscrizioni; si partirà da Stovepipe, qualche decina di chilometri più dentro la Valle, California piena.
L’organizzazione è molto familiare, tante signore da sala parrocchiale, l’idea di un gruppo di bravi volontari della locale pro-loco.
Gli iscritti sono circa 150, forse qualcosa meno, ma per nessuno sembra che il numero sia un problema; siamo gli unici italiani, forse gli unici veramente stranieri, e ci destinano un’accoglienza ancor più cordiale.
Il via è previsto per le 6, appena fa giorno; a noi, però, è toccato l’ultimo gruppo, giustamente quello dei più scarsi, e partiremo alle 6,30, termometro già a 34 gradi. I primi ci paiono buonissimi dilettanti, acchitano spediti e decisi a “far la corsa”; molti degli altri, che si avviano per categorie ogni 5 minuti, sembrano ben più preoccupati di sbarcarla vivi.
Esattamente come noi.

Si parte dallo zero sul livello del mare, deserto pieno, per salire subito verso i quasi 1500 metri di Townes Pass, che raggiungiamo dopo 25 chilometri e diverse sofferenze. Le pendenze sono ineguali ma non mancano né i tratti oltre il 10 per cento né, tantomeno, vento e sole. In più, maledizione, le curve sono rarissime, il che, com’è noto, non è di conforto psicologico allo scalatore.
Dal primo passo, non ci crederete ma al ristoro in cima fa persino freddo, si scende a capofitto, al solito per drittoni, verso Panamint Valley Floor; qui l’asfalto è tracciato fra vere e proprie dune di sabbia, che il vento polverizza ovunque. La piana dura un respiro; un unico rettilineo ci riporta presto in quota, verso gli oltre 1500 del Panamint Pass.
La cronaca della “nostra” corsa? Il Tasso è giovane, è uno sportivo a 360 gradi che va pochino in bici; parte forte ma lo recupero in crisi a tre chilometri dal primo scollinamento. Vincenzo è il ciclista di più lungo corso ma anche lui si allena a sprazzi; si dosa bene, arranca con giudizio e lo attendiamo a metà discesa. Il “Dino” è quello messo peggio; poco allenato, seriamente autocandidato al carro-scopa dopo che perdeva le nostre resistibili ruote nella sgambata della vigilia. Di lui perdiamo le tracce da subito.

Questo Panamint sembra davvero, come lirizzano loro, una salita da Tour de France: regolare, lunghissima, senza picchi di pendenza e, immaginate un po’, sotto un sole da legionari.
Tengo il mio passo, appena appena più tonico del loro, mi attacco ad un belga di San Diego e li aspetto in cima. Per l’ennesimo ristoro (sempre e solo liquido) si sono attrezzati con i camper, uno dei quali, coloratissimo, sembra un vecchio monumento all’età dei Figli dei Fiori; dentro ci sta un bazar intero di strumenti musicali, animali, reperti di varia umanità oltre ad una coppia datata, di quelle anti-Vietnam fate l’amore non la guerra, di incredibile simpatia; finiranno per offrirci di tutto, compreso un “cannone”, un megaspinello che pare considerino ristoro naturale antideserto.
Rifiutiamo cordialmente, ultimi fra i ciclisti integerrimi, e ripartiamo dopo un quarto d’ora, tante foto e nessuna notizia del Dino.

Manca ancora una quarantina di chilometri (126 i totali di questa prima tappa fino a Lone Pine) e l’altimetria indicherebbe quasi tutta strada a favore. Di sicuro non è a benigno il solito vento e noi cominciamo ad essere cotti; tant’è che ogni tratto di pianura diventa Tourmalet.
Son passate di un bel po’ le sette ore quando arriviamo. Lone Pine è a quasi mille metri, circondato dal fantastico anello della Sierra Nevada, una serie di picchi a corona bianchi di neve in stupefacente contrasto con l’arsura della piana. La sete di Los Angeles a suo tempo l’hanno calmata prosciugando un grande lago che ingentiliva la zona, ora nota soprattutto come set cinematografico.
Quasi tutti i western storici holliwoodiani si son girati per questi paraggi, tra i pilloloni rossi, gli improvvisi pinnacoli, i canyons, le pinete e le piane desertiche. Come ti giri, ti sembra che John Wayne stia osservando, pronto ad entrare in scena.
Nel prato più fresco di una cittadina da duemila anime consumiamo il bel pic nic allestitoci; manca ancora Roberto, di cui dagli addetti si sa solo che al primo valico era transitato ancora in sé.
Quando ci decidiamo ad andargli incontro, col furgone condottoci da un ragazzo del seguito, non c’è bisogno di fare più di un chilometro: Di Nanno arriva, sta benone, è sereno, ha fame.
Scoppia naturale l’applauso.

Solita stanza con due lettoni, solita cena in ristorante con positive scoperte gastronomiche: l’appetito aiuta ma, in genere, non si mangia male e le razioni sono quasi sempre esagerate.
Di notte gira niente, nonostante il sabato sera; ovviamente, non siamo interessati ma il più vicino locale affollato (una discoteca) dista qualcosa come cinquanta miglia.
La mattina dopo è seconda, conclusiva tappa: solo 35 km ma si arriva sul Mont Whitney, a quasi 2800 metri. I primi 20 si sale a gradoni, con larghi tratti di falsopiano e il mio grande Tex Willer appostato dietro ogni spuntone di roccia.

Ci è dato di trovare, spiaccicato in mezzo alla strada come una comune biscia, anche uno di quei serpenti a sonagli che ti figuri ad ogni anfratto di questi scenari.
Poi inizia, col consueto drittone mozzafiato, la salita vera; qualche tratto al 15 %, qualche tornante di selvaggia bellezza fino all’improvviso cambiamento di orizzonte: di colpo si entra in pura montagna, tra abeti e immane pietra grigia a strapiombo, man mano che si va su ci si sente in Alpi.

La strada arriva solo al Mont Whitney Portal, ai 2800, mentre la cima supera di un bel po’ i 4000 e conserva nevi perenni. Appena oltre, sull’altro versante, c’è il parco nazionale delle sequoie ma ciò che dista un amen in linea d’aria resta lontanissimo via strada.
Ci contentiamo della festa che un po’ tutti riservano, allo scaglionato arrivo, a questo trafelatissimo quartetto di italiani, almeno coraggioso, che riesce a portare in cima ambite maglie verdi del “Parco Ciclistico del Chianti”.

La sera è festa, gioia immodesta della personalissima impresa che metabolizza rapida ogni tossina.
Al mattino dopo, costeggiando il Mohave Desert, rientriamo in Nevada: il confine, al solito, lo segnano un paio di megacasinò, pensati là per accogliere californiani in astinenza.
A sera è già tempo di aeroporto, di rientro, e di sani propositi; che so, un’Arizona in camper più bici, un nuovo giro del Colorado, una Cape Argus con estensione al Parco Kruger ecc.
Dicono che il gradimento di un viaggio lo si misuri dalla voglia immediata di ripartire; a noi, di sicuro, questo era piaciuto parecchio.

GIANCARLO BROCCI