Il Lockdown del ’39

 

Fu un lockdown ben difficile quello della Mora, e duro’ 5 anni. In diretta videro passare poca guerra dal Poggione ma la magia e l’innocenza evaporavano. Mamma raccontò solo dell’eroismo temerario di zio Gino, un ragazzino, che si ribellò a due soldati tedeschi dispersi, cui piacque l’idea di prendere l’amato paio di bovi. Si avvinghiò alle loro gambe, pianti e strepiti, a rischio mitragliata. Uno gliela misurò, l’altro ebbe cuore e lasciò i buoi e non solo al piccolo grande Gino, l’ultimo della covata Montagnani.

 

Il Dopoguerra

Passato il tempo della tragedia, i fratelli maggiori misero su famiglia, la Beppa decise da donna libera, per andare a servizio a Firenze, la grande città, più di uno sbarco in Argentina. Trovò da tali Della Bella, Bruno e Chiara, lui un bonario Fabrizi, lei che sembrava la sorella di La Pira, con due occhialoni culi di bicchiere ed un bel sorriso a denti radi che ancora mi ricordo. Stavano bene, senza figli, una come Giuseppina l’avrebbero fatta d’oro.
E secondo me Giuseppina dell’autografo si chiamò così solo in quel periodo.
Ma lei era da bosco e, sia detto col rispetto per la riviera, era anche da maschi e buoi dei poderi suoi. Perché, come diceva sempre, ancora da vecchia, “a quei tempi s’ aveva più sangue, sarà che si mangiava più semplice e genuino, pane, vino, fagioli e tanta voglia di vivere”.
Quell’ “avevano più sangue”, ovviamente, era una gradazione alta del tiraggio, senza Epo e Viagra. Tornò al Poggione per maritarsi e per incrociare i suoi Brocci, che diventarono presto famigerati.