L’ultimo dei Brocci

Il periodo è quello che è, anche questa semi quarantena induce a riflessioni nei giri in trekking per le orme dei miei, che in questi campi e boschi si sono succeduti da secoli.

Arrivo al babbo, a Giovanni, di cui ho foto da divo e ricordi ben nitidi. Sia chiaro, non mitizzo niente e non sto facendo l’altarino di famiglia; racconto per i giovani d’ oggi, come l’ultimo Don Camillo, e per le mie nipotine, che vedo solo WhatsApp e, loro si, mi sembrano sempre più belle ma è cuore di nonno!
Giovanni nacque cocco e zio da due anni. Ultimo dei Brocci, la prima sorella si era già sposata e lui, classe 1920, trovò condizioni familiari appena migliori perché la famiglia era diventata numerosa ed efficiente; i contadini a Brolio, poi, pativano meno stenti che altrove. Come detto, fu l’unico mandato a scuola; Santi non avrebbe voluto, troppa distrazione, ma mamma Rosa e le 4 sorelle riuscirono a convincerlo. Addirittura, siccome risultò particolarmente bravo, gli fu consentito di continuare; fece persino la sesta, che in quel contesto valse quasi un master universitario. Ebbi ricordi diretti, fra l’altro, dalle mie maestre elementari, perché nei 5 anni mi toccarono le due Bani, storiche sorelle insegnanti gaiolesi il cui cugino sposò la zia Dina, e soprattutto la Carlesi, moglie del fattore di Brolio che lo aveva tirato su per i 6 anni e fece in tempo ad avere me alunno in quarta e quinta elementare, appena prima della sua pensione. Che mondo piccolo, vero?

La guerra

A mio babbo, che cresceva carino ed istruito, qualcosa fu risparmiato ma non certo il lavoro duro. E soprattutto non fu risparmiata la guerra, tutta per intero. Partì di leva a fine ’39, era di stanza a Ventimiglia dopo il tragico 10 giugno del ’40, quando Mussolini dichiarò l’entrata in guerra. E l’Italia si mosse da lì, verso Mentone, dove Giovanni sparò i primi colpi e dove, 8 giorni dopo, la Francia avrebbe chiesto l’ armistizio. Sarebbe dovuta essere la guerra breve di Mussolini, con i tedeschi già a Parigi. Ma, come ben sappiamo, non andò proprio così.
Mio babbo lo seppe sulla propria pelle; il conflitto si allargò, lui fu inviato persino a Creta, una tragedia per quasi tutti i nostri, poi in Grecia ed Albania. Quindi, quando l’Italia annunciò il ritiro, proprio in Albania finì prigioniero dei tedeschi e si fece oltre due anni di campo di concentramento ai confini con l’Olanda.
Sopravvisse perché, dove si trovava, i primi bersagli erano ebrei, russi e polacchi e lui sapeva lavorare gli orti, il che gli garantiva qualche buccia di patata in più. Riuscì a tornare a casa a primavera del ’46 e quando arrivò, a Vertine, dove era stato ucciso dai tedeschi suo fratello Ruggero, i suoi vecchi, Rosa e Santi, non lo riconobbero: quel bel Brocci di 26 anni pesava 39 chili!