I Brocci

 

Dopo aver patito l’ennesimo, sanguinoso addio meglio tornare a soffrire in famiglia, da Maradona ai Brocci contadini, dalle stelle alla stalla. Che stava proprio in paese, quella dei buoi di famiglia, 30 metri in fronte al Barrino. Immaginarsi cosa c’era in quei 50 metri di diametro, tracce ancora ben presenti: la casa-podere dei miei, contadini del Nello Dominati, commerciante vispo e agiato, faceva angolo col barbiere, il coppiano Bruno di Sofia, Fabiani di cognome, da cui un trio di celebri calciatori, di paese e non solo. Appena accanto, di là dal vecchio ponte in pietra, stava Bega, ovvero quella ormai celebre macelleria Chini che si sarebbe poi trasferita dall’altra parte del borro, là dove a quel tempo c’erano i bovi di Burchiello e Narcisa, contadini del prete, due delle persone più buone e pacifiche che mi è dato ricordare. Loro erano proprio di fianco al mitico Barrino ed a 4 metri, accanto alla fonte, la bottega di Scrillo, che l’Annetta con le sue paste, le bocche di lupo del fine settimana ed i generi alimentari era poco più in là, sulla Statale. Un suk, praticamente, una promiscuità povera ma non di sorrisi, scherzi e storie piccanti. Mi son fatto prendere la mano; come detto, però, lì intorno, a febbraio del 49, nacquero mia sorella Marena, Cesare di Bega, l’ Elena della Popa di Paolino e la Laura di Liseo, in arte (e di arte e simpatia ne aveva) Culandrino. Giovanni e la Mora, l’avrete capito, in comune avevano la passione politica, il lavorare come ciuchi ed un carattere di ghisa. Ma i tempi giocavano tutti a favore del Brocci, che si prendeva libertà più o meno nascoste. La Beppa aveva i suoceri vecchi, i campi, le bestie ed una bambina che si ammalò, trascinandosi un po’ di problemi. Più un marito formidabile lavoratore ma anche sin troppo brillante, con baruffe che immagino accese, visto che strascichi, cicatrici e schegge arrivarono bene anche alla mia età della ragione. Chiudo la puntata con lo slam di inizio 1954: morì mia sorellina ai primi di febbraio, quando mia mamma era di 8 mesi, nacqui io e sembrava smaltissi in diarree continue tutti i veleni ombelicali, al donGiovanni fu diagnosticata una brutta orchite tubercolare che, ad aprile, lo costrinse in isolamento, sanatorio a Rimini, Torre Pedrera, dove sarebbe rimasto quasi un anno e mezzo.