I Brocci

 

Son sincero, non mi mette di buonumore scrivere dei miei. Pensavo meglio: un po’ la vita che se ne va, un giorno dopo l’altro alla Tenco. Un altro po’ le tante miserie che si ascoltano e si leggono, a rendere triste un autunno intorno casa. Eppure voglio continuare a ricordare, a scrivere per capire. Ero rimasto a babbo Giovanni che tornò segnato nel profondo da guerra e prigionia. Chili e muscoli li riprese abbastanza presto in quel di Vertine. Mamma avrebbe detto sempre, con la delicatezza che usava, che comunque tanti erano tornati marci dentro, segnati, una generazione lesionata. Giovanni, in effetti, a parte la stempiatura precoce ed un’ulcera duodenale, assomigliò presto ad un divo. Di cui aveva tutto, a partire dal sorriso, tranne i soldi.
Comunista convinto, nonostante una famiglia tutta cattolicona; avevano pesato di certo i suoi trascorsi, l’antinazismo ovvio, compresa la tragedia del fratello amato, ed un fascismo che aveva condotto al macero la sua giovinezza.
Ma quella generazione era figlia comunque del machismo mussoliniano, ostentato ancora persino da chi non aveva alcun tipo di sussulto oltre la moglie. “Quando tornate Luigi?” domandava la moglie al buon Carapelli cantoniere. E lui, andando sempre e solo al Barrino dopocena, rispondeva immancabile: “Quand’e me!”. Si faceva sentire con voce forte perché quel maschio, a casa, non doveva chiedere mai. Quel bel Brocci, invece, era proprio un appassionato col fisico del ruolo e tutto l’accattivante che serviva. Potendo, non scansava niente e lui poteva. Un maschio alfa con un gene dell’infedeltà grande come un’ anaconda.
La Mora sapeva bene ma si innamorò forte, comunista compreso, e credo lo sia rimasta per la vita. In partenza riteneva di essere tostissima; ci pensava Giovanni a trasformarla in femmina alfetta, uso familiare. A lui piaceva il genere spider, molto scoperchiabile; Beppa Montagnani non si arrese mai ma la vinse solo da vecchia, quando il marcio che babbo si portava dentro venne fuori definitivo, estate 1988.