secondo tempo

storia di un perdente di successo

Nacque nel Luglio ’95 la “Gino Bartali”

Una di quelle Gran Fondo che si avviavano a prefigurare il futuro dell’amatorialità ciclistica. La organizzai, davvero con pochi altri e più o meno precettati, con partenza ed arrivo, ovvio, a Gaiole in Chianti, ombelico del mio mondo. L’intenzione era promuovere il Chianti come zona di assoluto pregio ciclistico ed indicare una via di sviluppo che lo sottraesse al solito incedere di brutta periferia del mondo, fatta di asfalto, capannoni, rotonde, guardarail ecc.
Del ’97 L’Eroica, concepita come gadget dell’altra Gran Fondo, per proporre ciclismo d’epoca e salvaguardare le ultime strade bianche. Ci torneremo su.

 

All’inizio del ’99, a 92 anni, se ne andò la nostra signora Dina

Serenamente, causa un tumore intestinale non più trattabile chirurgicamente, di cui cogliemmo segnali solo casualmente vista l’enorme riservatezza dei suoi momenti intimi.
La casa di Piazza del Campo era già stata assegnata in eredità 8 anni prima, la mamma era rimasta lì solo usufruttuaria; ma a noi lasciò diversa roba: un po’ di soldi, 6 casette nel Bruco con altrettanti fondi. Erano piccole ma in zona splendida, praticamente in centro. Nell’unica libera ci eravamo già in qualche modo attrezzati, le altri erano affittate.

L’uscita dalla situazione ci avviò, comunque, verso l’esplosione della coppia, già maturata da un bel po’ ma che avevamo contenuto organizzandola, non sempre pacificamente ma senza ricadute domestiche.

Dopo poco decisi di ritornare sui miei passi, guarda caso a Gaiole in Chianti, andando a vedere se era possibile recuperare un rapporto con la mia ormai vecchia mamma. Era stata già vittima di episodi ischemici, nonostante il problematico pregresso mi sarebbe spettato, da figlio unico, di farmene carico e decisi di affrontare la difficile convivenza con lei. Contavo che vecchiaia incipiente e bisogni vari l’avessero ammorbidita; era vero solo in parte ed in facciata, appena poteva tornava ciò che non aveva mai smesso di essere.

Scelsi di sopportare il sopportabile, anche perché non volevo più fare il fidanzato di chicchessia, nonostante, da tempo avessi una nuova relazione importante.
Ma, come detto, del capitolo donne meglio lasciar correre altra acqua sotto i ponti.

Di certo, la nuova situazione economica mi permise di programmare la cosa più bella che mi era dato pensare per il mio futuro benestante: i viaggi. Non il turismo, in sé praticato poche volte, ma l’andare per conoscere, per incontrare, per vivere esperienze e fare solidarietà.
I miei inverni diventarono, per circa tre mesi cadauno, realizzazione di sogni, di quando da bambino prendevo per mano la sorella di quel Cesare di Bega che mi avrebbe venduto la prima bici e le dicevo: “Dai, si va a girare il mondo!”. Allora i bambini potevano ancora andar da soli, era una passeggiata dal ponte in cima a Gaiole ma fatta già con lo spirito giusto. Mia nonna Rosa, che visse poco più, mi chiamò “Giramondo”.

Dei miei tanti viaggi, bellissimi, unici per molti aspetti, la gran parte fatti con una straordinaria compagna di avventure, troverò il modo di raccontare.

 

Intanto era uscito un mio libro su Gino Bartali (nel 2000, “Bartali il Mito Oscurato”)

I cui lavori di ricerca, iniziati dalla fine ’95 mi avrebbero guidato all’idea de L’Eroica.
Contemporaneamente era stato aperto l’Albergo La Fonte del Cieco, immaginate dove, e vi ero stato coinvolto da amici e compagni come socio ad un terzo.

Dopo poco cessai anche le mie collaborazioni con “La Nazione”; scrivevo di calcio ed ebbi modo, ostinata Cassandra, di mettere nero su bianco il perché questo grande sport aveva perso credibilità. La mia dissociazione temporale mi consentì di precedere Moggiopoli di un bel po’. Pubblicherò, leggerete.

Dalla fine del secolo scorso, e con un certo metodo subito dopo la scomparsa di Dina, avevo cominciato ad andare in bicicletta in modo serio. Lento ma serio, visto anche che in una delle ultime uscite calcistiche mi si era finito di rompere il legamento crociato e la bici costituiva la seconda terapia. Dopo, nel 2003, fui costretto a ricorrere alla prima, quella radicale dell’intervento. In bici, per inciso, finii per fare un mare di cose e tanti chilometri: 6 Prestigi, 2 Parigi-Brest Parigi, alcune Bamako-Dakar, tanta altra roba tra cui praticamente tutte le cose più dure e lunghe. Il tutto almeno fino al 2007, quando cominciai a rompermi (il bacino) ed incasinarmi.

I soldi? Certo, senza buttarli via erano sufficienti a viverci ma avevamo ereditato anche una situazione con qualche problemino.
Averne di questi problemi, direbbero quasi tutti; ma di fatto non fu facile andare a dividere le proprietà, nonostante debba riconoscere di non aver mai litigato con la mia ormai ex per i soldi.

E vivere con poco non era certo un problema per me, passato per quella boheme raccontata nonchè assoluto praticante convinto di un’austerità che veniva da lontano (i miei, Berlinguer, l’Africa, l’America Latina..) e che mi è sempre rimasta in pelle, nei valori trasmessimi.

Problemi?

L’Albergo, dopo un primo entusiasmo, non marciava secondo le attese. Le gestrici si separarono, io ero il soggetto economicamente più solido e finirono per propormi la soluzione di comprarlo tutto per togliere gli sbilanci con le banche. Mi dissero anche che avevo fatto un affare a liquidare i soci; di certo dovetti mettere mano alle acquisite proprietà senesi.

Anche lì non si stava tranquilli più di tanto; avevamo ereditato pure i contratti di affitto e si scoprì, ci fecero scoprire loro, che per molti anni quegli inquilini avevano pagato in modo irregolare. Disponevano, insomma, della possibilità di obbligarci a robusti risarcimenti; di fatto, del nostro coltello ci tolsero un bel po’ di manico.
Ma, fino al 2009, la mia situazione era sotto controllo, visto che il mio interesse per i soldi è sempre stato quello più vicino agli Indiani d’America, a Francesco d’Assisi, al Che o a Madre Teresa, per me tutti miti veri.

Dalla fine del 2007 avevo anche comprato casa, modesta, a Gaiole, per tornare a vivere da solo visto che mia madre non sapevi mai quando decideva di farti girare le scatole e di rammentarti come (a 53 anni…) avresti dovuto campare. E men che meno avresti potuto portare attorno casa qualsiasi donna, fosse anche Santa Maria Goretti.

Di quel tempo l’inizio di questa fase di vita che mi ha portato a oggi, ad una situazione nuova e difficile, fatta di militanza e di battaglia di idee, di sofferenze enormi e di dignità, nella sicurezza di stare facendo la cosa giusta, quella che avrebbe reso orgogliosi i miei maestri di vita.

È successo che da quell’anno, su richiesta del presidente Claudio Martini, elaborai per la Regione Toscana due progetti: una corsa dei professionisti sulle strade bianche de L’Eroica e il “Giro a tappe eroico” o Giro Bio.

Sono vicende che narrerò a parte e che mi hanno portato, dal 2009, ad occuparmene a tempo praticamente pieno (ora anche tutte le notti, per quella parte di sonno che mi impediscono), a godermi in modo comprensibilmente parziale dei successi straordinari de L’Eroica, a toccare con mano quanto avessi ragione a suo tempo a dubitare della politica, a sperare di cavarmela azzerando tutte le mie proprietà.
Il tutto perché chi di dovere, firmatario di Convenzione al proposito e mandante politico, si è guardato bene di rispettare gli impegni: di certo poco quelli scritti, niente quelli morali.

 

Nel titolo mi sono definito un perdente di successo. 

Di successo perché alcune mie cose hanno vinto clamorosamente, altre vinceranno quando si sincronizzerà il fuso orario. Perché ora sto con una donna splendida da ogni punto di vista ed ho un rapporto bellissimo con mio figlio, che mi ha dato una nipotina meravigliosa, perché ho alcuni amici veri, selezionati dalle vicende. Perdente perché ho perso tutto, sempre, in qualsiasi momento ci sia stato bisogno di confrontarsi con chicchessia, perché ho toccato con mano quanta brutta gente si è schierata con te q.b., quanto gli è bastato a suo uso: “iscritto d’ufficio ad ogni cordata perdente” come ebbi modo di scrivere. Come Wil Coyote e Paperino, come Gatto Silvestro ed Ezechiele Lupo, come l’ultimo Inca, come un gorilla di Virunga o una tigre siberiana, come Bitossi a Gap e Poulidor al Tour: perdenti di successo.
Figurarsi che tifo anche per la Fiorentina, un’altra scuola di vita, e questo, magnificamente, lo mise in decalogo Stefano Cecchi.

Ma quando il gioco è truccato quelli giusti sono i perdenti.

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